La lunga notte di Vincent Reed: la recensione di Daniele Campanari

(recensione tratta dal sito @phorism.it)

Siamo nel 1948, Stati Uniti d’America, nella città di Santa Taisia. C’è un reduce di guerra e abile rapinatore che si sveglia in una stanza del Motel Martinelli; si chiama Vincent Reed. Ecco, fermiamoci un attimo. L’esordio di questa recensione è da non recensione. Lo sappiamo bene. Nel senso che una recensione dovrebbe iniziare diversamente. Sappiamo anche questo. Anche se non ci interessa seguire i canoni recensivi generici. Abbiamo preferito cominciare dal prologo, da quello che è il prologo secondo la storia raccontata dall’autore Emanuel Gavioli.

È una storia come tante, ci si permetta di dire. Ma non è un fatto puramente negativo. Perché vuoi o non vuoi, racconti su racconti, le storie sono sempre le stesse: amore, bambini, bambini affamati, mamma, papà, odio, sparatutto. La differenza sta nella gestione. Dunque nella capacità di coinvolgere il lettore, anche. In questo caso specifico, nel caso di Gavioli, il coinvolgimento c’è eccome. Solo però, ci si permetta di dire, non è che una storia proprio così sia stata già narrata? Quale storia? Domanda azzeccata.

Amplifichiamo i contenuti dell’inizio: Reed non è solo in quella stanza di quel Motel. Con lui c’è un’avvenente signorina bionda. E Reed il rapinatore ha un debole per le signorine bionde. Come accade nelle stanze dei Motel in cui, si sa, ci si sta per notti d’amore, succede sempre qualcosa. Qua accade che il rapinatore viene rapinato; un po’ come se Dante avesse applicato la sua legge del contrappasso. Da chi? Dalla bionda, chiaro. Così parte la caccia alla donna. Che non sarà facile come non lo è insegnare l'abc alle elementari. Perché Reed dovrà affrontare fisicamente e pure psicologicamente omoni di ogni etnia pronti a distruggerlo ma anche, sia detto, aiutarlo. In cambio di qualcosa.

Ci fermiamo di nuovo giocando coi difetti: se Vincent Reed non si chiamasse così ma, che ne sappiamo, Vincenzo Lettore, sarebbe la stessa cosa? Certo che no. Perché americanizzare molte delle cose dette e fatte fa audience (appunto). Nel caso del libro, fa lettura. Il luogo, poi: Santa Taisia (Santa Teresa, dai?!). Vincenzo Lettore da Canicattì non avrebbe funzionato. È la logica di un mercato editoriale che chiede questo. Non una novità, certo. Però, diciamo: va bene che bisogna stare sul pezzo, ma Gavioli conosce davvero bene i luoghi che descrive? Ha bevuto ettolitri di borboun come fa il buon Reed? Immaginiamo di sì. Perché la sintesi del buon alfabeto dello scrittore c’è. E si legge. Quindi, qualora Gavioli non fosse mai stato in America, comunque è uno scrittore buono. Di quelli che ti fanno arrivare pure a vedere i peli del naso del protagonista. E questi, signori ovvi, diventano pregi. Grossi pregi che, se fossimo nell’ambiente calcistico, diremmo da numero dieci. Se ci metti pure una grammatica ineccepibile, una narrazione da controbattiti, la partita è vinta. La storia, come detto, non è certo un'innovazione. Ma ha contenuti più che validi. Il ritmo, poi, fondamentale per un genere così, è da contropiede: rapido, incisivo, attento. Che se sei distratto becchi il gol.

"La lunga notte di Vincent Reed" è il terzo libro di “Gav”, come lui stesso si definisce. Non proprio un aspirante, dunque. Ma questo si capiva. “Gav” è appassionato di cinema. Non viene specificato che tipo di cinema; ma qualcosa ci dà da pensare che sia genericamente thriller. Guarda un po’, così com’è la vicenda di Vincent Reed.
Daniele Campanari